Curiosità

L’olio nella tradizione popolare sarda

Per fare pace tra famiglie che avevano avuto contrasti o per accattivarsi le simpatie di una famiglia in cui c’era una ragazza a cui si volesse chiedere la mano, era usanza far consegnare una bottiglia di olio da un bambino: un regalo considerato preziosissimo.

Secondo la credenza popolare, per stabilire se una persona era colpita da ogu liau (malocchio), si facevano colare alcune gocce di olio su un piattino con dell’acqua: se le gocce si univano tra loro, era un segno del fatto che a quella persona era stato gettau ogu.

Secondo la tradizione popolare, s’ollu po’ cogai era un unguento a base di erbe allucinogene come il giusquiamo o lo stramonio usato da is cogas (streghe dalla lunga coda) per poter viaggiare, sotto forma di animale, e realizzare le loro pratiche magiche.

Proprietà curative

Un massaggio con un unguento a base di prezzemolo, foglie di ruta e olio di oliva era considerato un toccasana per il mal di pancia.

S’ollu animau era il rimedio per le bruciature: si otteneva unendo olio d’oliva e acqua in un’emulsione molto densa.

Per alleviare il mal di gola, si consigliava di applicare sulla gola un unguento a base di sa folla de ucaia (salvia desoleana) riscaldata con un po’ d’olio.

Bere un infuso di foglie di ulivo era considerato un valido aiuto per abbassare la pressione.

S’ollu de scrafaioni, olio di oliva in cui veniva fatto annegare uno scorpione, era usato per curarsi dalle punture di questo animale.

Come rimedio per il torcicollo si era soliti riscaldare un po’ di olio di oliva con camomilla e ruta e massaggiarlo a piu inbressi (contropelo).

Nella tradizione sarda, per trattare su fogu de Sant’ Antoni (herpes zoster) ci si recava da un porcaro che, percuotendo una pietra focaia con un pezzo di acciaio, faceva cadere i lapilli in una ciotola contenente olio di oliva; l’unguento veniva poi applicato sulla pelle del malato.

Alimentazione

Un po’ d’olio e un po’ di sale venivano sempre portati in campagna: all’inizio dell’estate, per esempio, si raccoglievano is cimas de sociri (cime di aspraggine), che venivano insaporite intingendole in olio e sale.

In campagna era consuetudine tenere in bocca una giovane e tenera foglia di olivo muriga muriga, cioè masticarla a poco a poco di continuo: era un modo efficace per combattere la sete.

Nella tradizione, le olive venivano consumate essiccate al forno e trifolate, oltre che negli spezzatini. In salamoia, venivano spesso unite con foglie di alloro e/o rametti di finocchietto selvatico.

L’olio è un elemento importante nella preparazione delle patate a schiscionera (in tegame): era un modo affinché non sembrassero “banali” patate lesse!

Secondo le ricette tradizionali, per preparare su pani arridau (la bruschetta) si potevano sfregare olive e un pizzico di sale direttamente sul pane caldo, oppure la si poteva condire con olio ancora non decantato e sale.

Soltanto in anni recenti l’olio di oliva ha sostituito il grasso animale nella cucina sarda: is tzipulas (le zeppole), per esempio, prima venivano fritte nello strutto di gallina.

Ulivi

In alcuni piatti poveri l’olio d’oliva era un sostituto della carne, per esempio nella minestra de mudandas: acqua, sale e un filo d’olio in cui veniva cotta un po’ di pastina. L’olio che galleggiava sull’acqua veniva scherzosamente associato a un paio di mutande.

Nella tradizione, l’olio veniva usato in cucina come pinzimonio, nelle fritture in sostituzione dello strutto e nelle cotture alla brace per rendere più grassi cibi come funghi, asparagi e patate.

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